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February 15 Essere o apparire? (l'ennesimo tema...)Alla mia classe è stato assegnato il seguente tema da svolgere durante le vacanze di Natale: Essere o apparire? Rifletti su episodi di cronaca recente o su tue esperienze personali in cui hai sentito una netta antitesi tra questi due aspetti della vita. Il titolo, che ricorda vagamente un libro di Erich Fromm, è di una banalità sconcertante, soprattutto perché induce chiunque a scrivere la stessa identica cosa. Adoro le sfide come questa così mi sono cimentata in un tema originale in cui esponevo le mie idee. La professoressa, ahimè, non ha capito proprio niente della genialità intrinseca di quello che le avevo donato, e mi ha confessato dispiaciuta che "da una persona intelligente come me si sarebbe aspettata un tema diverso". Non meritava di essere messa al corrente di insegnamenti di tale calibro: non li sa apprezzare. Così, dato che ormai le ho già gettate al vento mettendole nel tema, sarei felice se voi, amati lettori, leggeste le mie congetture, in modo che possano trovare almeno qualche occhio che le apprezzi e non vadano totalmente sprecate.
Ecco qui il mio tema (pressappoco come lo videro gli occhi della Davvi); i numerini che trovate ogni tanto si rifanno ai commenti che la professoressa ha aggiunto e che ho trascritto più sotto, a dimostrazione del totale fraitendimento dei miei pensieri da parte di quella donna.
Essere o apparire? Quando ci poniamo questa domanda ci mettiamo davanti ad una lunga e complicata serie di labirintici ragionamenti, quando la risposta sarebbe molto semplice. In primo luogo ci dovremmo chiedere se e perché ci disturba tanto "apparire". A certe persone, infatti, non dà noia: si sono arrese all'evidenza, ovvero che tutti appaiono, innegabilmente e inevitabilmente. Ad altre, però, apparire non piace, perché preferirebbero inseguire i loro ideali da romanzetto (1) e conoscere le persone per come sono veramente, in modo da capire se dietro a quel sorriso si nasconde un sentimento sincero, o è tutto merito di due mollette piazzate abilmente dietro le orecchie. Per queste stesse persone è difficile accettare la dura realtà, anche quando penzola insistentemente davanti al loro naso. Nessuno, ad esempio, sa come siamo veramente, e questo costituisce già di per sé una negazione dell'utopia dell'Essere, anche agli amici più cari, infatti, sfuggono alcuni dei nostri pensieri.
Ma poniamo, per assurdo, di voler improntare il nostro modus vivendi, sull'Essere (2) e sul mostrarsi sempre per come siamo, in modo da scongiurare ogni pericolo che gli altri si facciano idee sbagliate sul nostro conto. In tal caso dovremmo parlare in continuazione, per esternare le nostre impressioni e i nostri sentimenti. Ammettendo che ciò sia possibile in termini di inquinamento acustico, noi che perseguiamo questa chiarezza completa verremmo etichettati dagli altri come "i logorroici che mostrano la loro personalità sempre e comunque per la paura di apparire ciò che non sono"; e qui sta il problema: noi, quelli che ricercavano la negazione totale dell'Apparire, proprio noi, siamo stati etichettati! A questo punto siamo tornati alla situazione di partenza: siamo stati schiacciati in uno stereotipo e addio personalità unica e inimitabile: siamo una semplice categoria di persone.
Un altro problema che si pone tra chi persegue la filosofia dell'Essere e il raggiungimento dei propri obiettivi è il fatto che neanche noi siamo sicuri di ciò che siamo. Questo perché siamo creature camaleontiche che vivono, spesso inconsapevolmente, secondo il "gioco dei ruoli". Qualsiasi essere umano, infatti, prova inconsciamente la necessità di avere, in un gruppo, quanti e più vari tipi di personalità possibili; è così che, a seconda della situazione, si può adattare ad assumere ruoli diversi. A certe persone timide, ad esempio, può essere capitato di stupirsi della propria loquacità in una qualche occasione particolare: il problema è che fino a quel giorno erano sempre stati in compagnia di gente potenzialmente più estroversa e questo li aveva portati a comportarsi come i "timidi del gruppo", mentre trovandosi magari insieme a persone più introverse di loro hanno dovuto tirare fuori la loro esuberanza per impersonare il ruolo dei "vivaci del gruppo". Se osserviamo con attenzione noi stessi e gli altri in situazioni diverse, noteremo quanto le persone siano malleabili e il loro carattere sia solo un prodotto della conbinazione delle personalità del gruppo in cui si trova.
Spero quindi di avervi convinto che la ricerca dell'Essere è un'utopia, perché "Essere" è un concetto astratto e impossibile da definire in assoluto, tanto che la differenza con l'Apparire è in sostanza impercettibile.
Dopo aver preso coscienza di ciò, possiamo concentrarci, con occhi consapevoli, sullo sfruttare l'Apparire in modo da trarne vantaggio. (3)
Una categoria professionale che dovrebbe puntare molto sull'Apparire è quella dei professori. Il futuro del loro rapporto con gli studenti si basa quasi completamente sull'impressione che riusciranno a dare il primo giorno ai futuri allievi. La classe, infatti, capisce subito che tipo di professore ha davanti e si regola di conseguenza. Con questo non intendo dire che se una classe fa confusione è colpa del professore (spesso egli è inconsapevole dell'importanza del fatidico Primo giorno), ma anzi, che il problema risiede nel fatto che gli studenti sono dei cagnolini che si comportano più o meno bene in modo istintivo a seconda di quanto gli pare permissivo il professore.(4)
Le teorie che ho esposto sono condivise più o meno consciamente da molte persone, che hanno imparato a trarre vantaggio dall'Apparire.
C'è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero. (5)
E' importante, però, non eccedere: è ben diverso essere coscienti dell'inconsistenza di una personalità unica e scegliere quindi quale lato mostrare di sé, dal creare ex novo personaggi che non hanno nulla a che vedere con noi, spacciandoli per l'essenza del nostro essere.
Tu sei quello che tu vuoi ma non sai quello che tu sei.
E adesso la parola alla profe...
Giudizio: Tema ben scritto in cui sono presenti riflessioni talvolta non adeguatamente approfondite.
(1):Perché "da romanzetto"? Con questa definizione dai un giudizio negativo. Ne sei consapevole?
(2):Credo che sia improbabile che ogni persona riesca ad essere con gli altri sempre sé stessa.
(3):? Le modelle probabilmente sì, perché sfruttano la loro immagine
(4):Hai davvero poca fiducia nell'intelligenza tua e dei tuoi compagni se pensi davvero che l'impressione avuta il primo giorno di scuola sia così determinante per la futura relazione docente-discente. Per fortuna l'essere umano è dotato di molta più materia grigia (almeno spero) rispetto alla paperella di Lorenz.
(5):Battiato docet. February 07 Dita che premono i bottoni della tastieraSono arrivata ad una piccola conclusione, aiutata moltissimo dal mio amato Tonio Kroeger, il magnifico personaggio creato da Thomas Mann. Nelle ultime settimane la mia disperazione è andata intensificandosi, e non sono così egocentrica da elencarvi i motivi. Vi spiego solo come ciò influisce sul mio blog, perché mi piange il cuore a non scriverci pensando a tutti i miei affezionati lettori che attendono qualche post interessante, o al numero (spaventosamente) crescente di persone che giungono in queste pagine digitando su google "tema su Petrarca" (provare per credere) e non ci trovano niente di bello. Come "blogger" ho un impulso quasi malato a scrivere, scrivere, scrivere, voglio scrivere, devo scrivere... Eppure non c'è tutta quella grinta: ho in testa almeno tre interventi che sarebbero carini, solo che non riesco a convincermi a iniziarli, penso che siano troppo lunghi da scrivere e boh... L'archivio poi è pieno di bozze, post iniziati e poi lasciati a metà...
E tutto ciò lo devo, credo, al mio stato di depressione. Ho infatti creato un grafico mentale sull'andamento della scrittura in funzione dello stato d'animo, che vorrei esporvi, tanto per chiacchierare.
Cominciamo dalla gente che si reputa felice, non so, qualcuno di pazzamente innamorato o che so io. Questi scrivono, sì, ma spesso e volentieri la qualità dei loro componimenti è piuttosto scadente. Non è colpa loro, è solo che si sentono ispirati dai loro sentimenti e credono di poterli esprimere bene: il più delle volte, invece, escono cose banali e prive di profondità. Questo meccanismo è spiegato molto bene dal mio caro Tonio (e dalla citazione doppia di questo libro in un singolo intervento dovreste capire tante cose...) ma non so quanti avranno voglia di approfondire.
Dicevo... al contrario, una persona mediamente triste, tendente al depresso, riesce a scrivere un po' di tutto con un approccio più freddo e lo fa in modo abbastanza eccellente. Ho notato, anzi, che più aumenta la depressione, più i temi migliorano. Queste due grandezze rimangono direttamente proporzionali fino ad un certo punto, dopodiché l'elemento triste è talmente depresso che smette completamente di scrivere: questo è ciò che succede a provare a estrapolare...
Questo intervento non è fatto per vantarmi (avrete notato l'orribile calo di interventi interessanti che vi ho offerto), e anzi vi sto spiegando che se scrivo (anzi, scrivevo... scrissi... sigh!) oggettivamente benino dovevo dall'altra parte fare un grande sacrificio in felicità, indi per cui vi auguro di non riuscire mai a esprimere qualcosa molto meglio scrivendo che a parole poiché non vi ridurreste altro che come me: piccola ameba insignificante e infelice. |
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