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November 30 Festa della ToscanaOggi, 30 novembre, è la festa della Toscana. Io e i miei coetanei residenti in questa regione abbiamo il piacere di starcene a casa a poltrire invece che andare a scuola; inoltre, essendo venerdì, ci è stato concesso un ponte e anche sabato sarà all'insegna del riposo. Perché in fondo, diciamolo, alla gente normale che vive di merda e ha mille impegni (gli studenti), delle feste interessa giusto il fatto che si possa stare a casa un giorno in più. Soprattutto quando la festa è stupida, come in questo caso, non me la sento proprio di fare discorsi moralmente impegnati. Ammettiamolo che ci fa comodo dormire di più: io personalmente non aspetto altro durante la settimana.
Probabilmente i pochi non toscani che leggono si chiederanno come mai abbiamo questo privilegio: cosa ricorre oggi?
E' la festa di qualche santo patrono? Non ho notizie di nessun Sant'Andrea che abbia giovato alla Toscana.
E' forse oggi che Dante ha finito di scrivere la Divina Commedia? Non mi risulta.
E' il contrario del giorno dei morti? Ipotesi fantasiosa ma no.
Cosa ricordiamo in questa data così anonima?
Noi festeggiamo, udite udite, l'abolizione della pena di morte da parte del granduca Pietro Leopoldo, il 30 novembre 1786, appunto. Dovete sapere infatti che il Granducato di Toscana fu il primo stato al mondo ad abolire la pena di morte. Tanto di cappello, verrebbe da dire. Perché Mugna dici che è una festa stupida?
Beh, forse tanti dimenticano (o semplicemente se ne fregano e fanno finta di non sapere) che solo 5 anni dopo, nel 1791, la pena di morte venne ripristinata. Pietro Leopoldo infatti, con le sue idee progressiste si era inimicato la parte più conservatrice del clero e della nobiltà; quando questi venne chiamato a succedere al fratello maggiore sul trono d'Austria, il potere passò nelle mani della Reggenza (1790), poiché suo figlio era ancora minorenne. I conservatori fecero in modo di sollevare il malcontento popolare e scoppiarono rivolte a Firenze, Livorno, Pistoia e Prato. Il successore di Pietro Leopoldo, Ferdinando III, preoccupato per i disordini e le sommosse popolari, salito al trono l'anno dopo, pensò (come molti a quel tempo e anche successivamente) che il modo migliore per tenere a freno la popolazione fosse di ristabilire la pena di morte. E così, cinque miseri anni di anime risparmiate hanno fatto la felicità dei compaesani del terzo millennio.
C'è da dire inoltre che la Toscana di oggi non è la Toscana del XVIII° secolo, dato che a quel tempo Lucca costituiva uno stato a sé; quindi è stupido che tutta la regione festeggi quando Lucca non c'entrava nulla.
Per questi motivi la festa della Toscana mi sembra una festa inutile e ipocrita. Certo, sempre meglio dell'America, la Cina, il Giappone, il Pakistan, l'Iran, e tanti, troppi altri paesi dove feste del genere non ne hanno, visto che lì la pena di morte permane. Mi piacerebbe che quei paesi avessero un giorno come questo da festeggiare. Così farebbero felici gli studenti. E non solo. November 26 Salsiccia block contestSe volete farvi due risate vi consiglio di guardare questo video realizzato dai miei istruttori di arrampicata montando riprese effettuate giovedì 22, alla gara semi-seria a cui ho partecipato anch'io. Il video di per sè sarebbe carino, se non fosse che ogni tanto (è la prima persona che si vede, e poi in seguito ci sono vari spezzoni) salta fuori una ragazza con pantaloni grigi lunghi, maglietta bianca con scritta rossa e coda di cavallo, che sarei io. Le altre due ragazze con la stessa maglietta sono la Diga (pantaloni grigi a tre quarti e capelli sciolti), e la Bave (pantaloncini neri e capelli corti). C'è anche un tizio similissimo a me (stessi vestiti e capelli legati) ma con i capelli ricci. Ci tengo che i miei lettori siano sempre sorridenti nonostante gli rifili racconti tristissimi, quindi vi dono questo video, ma non osate prendermi in giro se sembro una foca quando arrampico. November 25 Tema in classeA grande richiesta, il mio tema di Italiano. Dopo che la professoressa me l'aveva reso l'ho riletto e non mi è sembrato quella gran cosa che avevo in mente quando l'ho scritto. So che non è assolutamente adatto a stare su internet perché troppo lungo: ci vuole parecchia forza di volontà per leggerlo tutto. Per ora non lo commento, a voi il giudizio.
Titolo
Il viaggio... Se è vero che il viaggio è una dimensione interiore ancora prima che l'incontro con luoghi altri, racconta un viaggio reale o immaginario che ti ha cambiato o che è stato per te particolarmente significativo.
Svolgimento
Il viaggio...
Certo, come spunto non era male: di solito le riviste letterarie proponevano concorsi dall'argomento poco interessante e produttivo. In questo caso c'era parecchio da dire, e io quel concorso dovevo vincerlo a tutti i costi: un giovane scrittore (anche se a trent'anni suonati non mi sentivo più tanto fresco...) come me aveva bisogno di qualche premio per farsi conoscere in giro. Stavo già lavorando a due romanzi, ma mi accollai anche il compito di comporre quel "racconto breve": prima un po' di popolarità, dopodiché mi sarebbe stato molto più facile ottenere la pubblicazione dei miei scritti da un editore. Me ne stavo rannicchiato sulla sedia della mia scrivania, la piccola luce sopra la testa, il foglio in orizzontale verso sinistra, tanto che pareva che stessi scrivendo in verticale: la mia vita, da ventiquattro anni a questa parte, ovvero da quando sapevo scrivere, si rifaceva tutta ad un giacere inerte davanti alla scrivania, il che aveva portato il mio corpo ad un lieve rachitismo, ad eccezione della mano, abituata a vibrare frenetica inseguendo il tratto della penna.
Rimugina che ti rimugina, alla fine scrissi qualcosa a proposito di un ragazzo povero.
Ogni sera torno a casa da quel lavoro ingrato: nessuno mi aspetta con la cena pronta, nessuno può tenermi compagnia. Ovvio, chi lo vuole un rottame come me? Un operaio che odia il suo lavoro, tiene sempre il broncio, e quando ha tempo libero dorme?
Mi siedo al tavolo della cucina/sala da pranzo/salotto, visto che vivo in un misero bilocale, mangio qualcosa dal frigorifero, e poi vado in camera a coricarmi.
La notte è il momento più bello: posso sognare i miei viaggi. Mi piacerebbe viaggiare davvero, un giorno, ma uno come me, che con la madre anziana da mantenere fatica a sbarcare il lunario, non ha possibilità di mettere da parte un gruzzolo sufficiente per una bella vacanza.
Non sapevo come chiamare il protagonista; decisi di seguire il suo esempio e andarmene a letto: ormai erano le due di notte passate.
La mattina seguente mi svegliai con un nome che rimbalzava insistentemente in testa: Giacomo. Poteva andare, abbastanza semplice: il mio operaio doveva essere un uomo qualunque. E' ovvio che la notte porta consiglio. Mi preparai, presi il mio taccuino e la penna, e uscii di casa. Non mi separavo mai dal mio bloc-notes: sapevo per esperienza che le idee migliori vengono nei momenti più impensati, era necessario avere qualcosa su cui appuntarle al volo.
Mi recai al bar all'angolo: tutti nella vita hanno il loro "bar all'angolo"; io avevo il mio, e nel mio si trovava anche la mia amata, la mia musa ispiratrice, solo che lei non lo sapeva.
Si sedeva sempre in un angolo, e io mi sedevo sempre ad un tavolino da cui si vedeva perfettamente la sua magnifica figura, senza che lei si accorgesse del mio sguardo insistente. A dire il vero non mi aveva mai notato: le poche volte in cui il nostro sguardo si era incrociato lei non ci aveva fatto caso. Non ci eravamo neanche scambiati una parola; non sapevo neppure il suo nome: per me poteva essere Eva, Venere o Gertrude. Non avrebbe fatto alcuna differenza.
Ordinavo sempre un cappuccino, che in quel bar veniva preparato sempre ad una temperatura da ustione; dopodichè, nell'attesa del raffreddamento della bevanda, mi perdevo nella contemplazione estatica di quella figura divina. Aveva un'aria stanca ed emaciata, il volto pallido e i capelli biondi: la immaginavo schifata dalle ingiustizie del mondo e le davo segretamente ragione. "Sì, amore mio, è triste." pensavo "Il mondo è una delusione continua: se la prende con tutti, anche con le creature perfette e angeliche come te! Ti prego, non soffrire! Ci sono io, qui, per consolarti!"
Mi cullavo in queste dolci dichiarazioni per tutto il tempo che il cappuccino mi concedeva, dopodichè sarebbe stato maleducato nei confronti del proprietario del bar trattenersi troppo a lungo a scaldare la sedia. La mia bella guardava fuori dalla finestra, come spesso faceva. Io la osservavo rapito finchè non ebbi l'impeto di continuare il mio racconto. "Grazie, mia Musa, per l'ispirazione!"
Anch'io amo qualcuno, anche se sembra difficile a credersi: è una ragazza del mio condominio, credo che si chiami Sara, l'ho visto sul campanello. Ci incrociamo ogni tanto sulle scale, quel fugace "Buongiorno" mi sembra già la fine del mondo. Se solo potessi trovare uno spunto di conversazione! Ma lei è completamente diversa da me, e per questo, sublime: fa la critica d'arte ed è plurilaureata, non come me, un idiota qualsiasi che è andato a girarsi i pollici al professionale! Oh come mi consuma questo amore, e insieme, mi tiene su: forse, un giorno, io e Sara potremmo partire per un viaggio ai Caraibi, anche se forse è un po' banale.
Che idea geniale! Mi sarebbe bastato seguire la mia amata per vedere sul suo campanello come si chiamava! Perché non ci avevo pensato prima?! Dato che non avevo nulla da fare, decisi di seguirla il giorno stesso. Per fortuna uscì in contemporanea alla fine della mia tazza di cappuccino. Pagai e uscii in strada; cominciai a seguirla. Inizialmente mi portò in un supermercato: comprava cibi semplici e poco costosi; possibile che la mia dolce creatura fosse così fragile da doversi nutrire con una dieta da anziani?
Io mi comprai una confezione di lamette e un po' di pane: pagai ad una cassa un po' lontana dalla sua e ricominciai il mio pedinamento. Finalmente giungemmo ad una casa; la mia bella suonò il campanello e le aprirono. Si trattenne un po' dentro (io mi allacciavo la scarpa dall'altro lato della strada, o guardavo le vetrine...) e poi uscì senza il sacchetto.
Ricominciò a camminare e tornò al supermercato, comprò più o meno le stesse cose e infine andò a suonare ad un'altra casa. Questi avvenimenti si ripeterono per alcune volte durante la giornata, finché nel pomeriggio non capii quale mansione svolgeva la mia amata. Fu quando lei suonò l'ennesimo campanello e una vecchietta si sporse dalla finestra del primo piano, apostrofandola con queste parole: "Ah, eccoti qui! Vieni tesoro, ti apro! Oh come farei senza di te..." La vecchietta si allontanò e poco dopo la mia bella entrò; ormai avevo capito: si guadagnava da vivere facendo la spesa alle vecchiette intrappolate in casa dalla vecchiaia. Era il tipico mestiere modesto e altruista che mi sarei aspettato da un angelo come lei.
La sera le cose si fecero più interessanti; durante il giorno aveva mangiato pochissimo (e di conseguenza anch'io), e da ciò si capiva il perché fosse così magra. Tra una vecchietta e l'altra, avevamo girato quasi tutta la città; ma la sera lei mi condusse in territorio inesplorato: arrivammo nel quartiere malfamato. Cominciai a innervosirmi: cosa ci faceva lì il mio angelo? Come poteva avere a che fare con quei brutti ceffi?
Le strade erano poco frequentate a quell'ora e per non insospettirla dovetti cominciare a camminare molto lontano da lei. Per qualche minuto la persi di vista, poi, orientandomi in quel labirinto di stradine, la ritrovai: era in compagnia di alcuni ragazzini e tutti avevano gli occhi stralunati. Ben presto qualcuno cadde in terra e cominciò a rotolarsi sul suolo sporco e umido. Lei rimaneva in piedi, pallida come non mai, sembrava quasi risplendere nella strada buia. Io capii: si erano drogati, tutti. Non ci voleva un genio per capire che era LSD.
Disperato, girai l'angolo e mi accasciai a terra, lontano dal suo sguardo, nel caso improbabile in cui, in quello stato, avesse ancora potuto vedermi. Adesso avevo capito quell'aspetto triste ed emaciato. Era un piccolo angelo depresso, e si drogava!
Era un scoperta devastante per me: provavo il desiderio di aiutarla, ma non ci conoscevamo nemmeno! In preda a non so quale misto di sentimenti, presi in mano il mio taccuino. La mani tremavano.
L'unico viaggio che mi posso permettere è quello che mi regalano le pastiglie di LSD. Loro sono più vere dei sogni. Non potrei vivere senza di loro. Peccato che siano così costose: non mi posso permettere tante dosi. Oh com'è triste la mia vita! Si colora di nuovo solo con i miei viaggi a luci stroboscopiche...
Affranto, mi alzai in piedi e cominciai a correre; il taccuino cadde in terra, ma non avevo tempo per raccoglierlo. Corsi e corsi fino ad una strada; attraversai sulle striscie, sordo al rumore del potente motore sempre più vicino... E poi l'impatto: chi guidava era troppo ubriaco per accorgersi di me.
Ma come?! Io?! Morire così?! Impossibile! Mi ero sempre ripromesso lasciare questa vita all'età di cinquant'anni! Sì, era così che doveva andare: raggiunto l'apice del successo, mi sarei suicidato in modo che tutti potessero ricordare la mia grandezza di scrittore. Ma i miei romanzi sono incompiuti! Non doveva andare così: che morte banale! Questo viaggio all'inseguimento del mio amore non si può concludere con la morte! No! Non così!
E invece sì. November 18 Monologo<<Tu. Sì, tu. Sai che sto parlando con te. E per una volta io ti parlerò e tu mi ascolterai. Per una volta non puoi interrompermi, imbavagliata e legata a quella sedia, costretta alla mia compagnia. Sì, per una volta, una sola, sorbiscitelo tutto il mio discorso! Stavolta non puoi fuggire le mie parole: la tua voce non coprirà la mia. Tu ti fortifichi con il gruppo, mi rendo conto di averti fornito io stessa le armi: partecipe delle mie conoscenze, come puoi rivoltarmele contro? Io con voi mi sento muta, quando siete voi i sordi, tu soprattutto. Gli uomini in gruppo sono come cani: abbaiano disordinatamente, il ciarlare malato li spinge a continuare. Ma uno abbaia più forte, gli altri abbassano la coda. E allora come incolpare i maschi? Si sa che sono stupidi, sono cagnolini, il massimo che possono fare è sbavarti dietro. Tu sai che è colpa tua. Ed io lo so, so che ho sbagliato a donarti la chiave: è il tempo che te l'ha concessa. Tu sai me, è normale, in teoria saremmo amiche. E com'è che del tuo sapermi ti prendi gioco? Perché usi il mio dono come un'arma? Crudele pifferaia di Hamelin, tu puoi condurmeli contro. Come se quei cani non mi odiassero già abbastanza. Ti prego, indicami dove ho sbagliato! Cosa mai ho fatto per meritarmi i tuoi dispetti? Ho sofferto quando ti ho sentito soppesare quelle parole. La tua malizia mi prosciuga l'anima. Quella è la tua colpa più grande, è stato straziante per me scoprirlo: tu sceglievi le pietre più grandi, per poi lapidarmi con cura. Tu hai infranto la mia fiducia: mi feriscono le sue schegge taglienti. Tu mi sai, e sai come ferirmi. Ma anche io ti so. Tu certo vuoi apparire e rifulgere sempre di luce; è facile oscurare piccole fiamme per sembrare più splendenti, ma credi che sia giusto? La luce va ottenuta, non rubata. Se solo tu non bramassi questa attenzione continua, certo la tua scintilla sarebbe più che un faro: io stessa vorrei vederla risplendere insieme alla luna. E ti auguro di possederli tutti, questi occhi gemelli, se questo può aiutarti. Ma ti chiedo di non sfruttare la mia anima consunta.
<<E a te. Sì, anche per te ho tante parole. Tante che non ti saresti mai immaginata che potessi dirle io. Io che sono incapace, tu interrompi sempre i miei discorsi al principio. Tu, chi pensi di essere? Si vede dal tuo portamento, da come cammini, o da come credi di camminare: no, non lo sei. Tu non sei chi credi di essere. Chi si impone cessa di essere. Tu, demagogica bugiarda, imponi il tuo credo egocentrico: tu credi in te stessa, senza accettare che non lo sei. E' bello ma, te lo concedo, non è facile costruirsi un personaggio. Tu l'hai fatto con cura e per questo ti ammiro. Tu pretendi che il tuo personaggio sia ammirato: non ci sperare, è tutta finzione. E anche voi, stupidi cani, che credete di aver davanti chissà quale magnifico essere, siete solo ammaliati dalle sue parole. Lei, che pronuncia le sue orazioni con serietà, come se avesse messo l'immenso in parole. Lei che tutti stimano. Lei che già capito tante cose. Lei non sei tu: lei cammina con le tue gambe, tu l'hai dipinta. Noi possiamo vederla. Ma com'è fragile la tela, e così stinti i colori: caduca quell'immagine, vi è naufragata la tua persona. E poi, tu pensi davvero che una parola si possa imprigionare in una definizione? Sei convinta realmente che imparando a memoria un discorso potremo arricchire il nostro sapere? Una definizione, dal momento in cui viene formulata, è già obsoleta. ce n'é sempre una migliore, e tu lo sai. E smetti di prendertela con noi per questo: sei la matrice del tuo errore.
<<E' per questo che vi ho portato qui entrambe. Io vi ho spiegato i motivi che ho per odia... No, non vi odio. Il mio rapporto con voi è certo conflittuale ma non vi odio. Ora avete una possibilità di scusarvi con me. Siete qui al mio cospetto, come testimoni di ciò che sto per fare; potete dirmi qualcosa quando vi toglierò il fazzoletto dalla bocca.>>
Con un gesto sicuro slegò i bavagli alle due donne. Queste, esterrefatte, rimasero zitte: le parole si accalcavano loro in gola. Non sapevano da dove cominciare, nè cosa dire. Dopo qualche minuto di silenzio lei riprese a parlare: <<Mutismo. E' questo che vi ispiro. Curioso: con me avete sempre fatto il contrario dello stare zitte.
<<Piacere di avervi conosciuto.>> E così dicendo estrasse il suo pugnale argento e si trafisse il petto.
November 16 Io credo nel nemico"Io credo nel nemico. Le prove dell'esistenza di Dio sono deboli e bizantine, le prove del suo potere ancora più inconsistenti. Le prove dell'esistenza del nemico interiore sono evidenti e quelle del suo potere schiaccianti. Credo nel nemico perché, tutti i giorni e tutte le notti, lo incontro sul mio cammino. Il nemico è quello che dall'interno distrugge tutto ciò che vale. E' quello che ti mostra il disfacimento insito in ogni realtà. E' quello che ti rivela la tua bassezza e quella dei tuoi amici. E' quello che, in un giorno perfetto, troverà un'ottima ragione per torturarti. E' quello che ti ispirerà il disgusto per te stesso. E' quello che, quando scorgi il viso celeste di una sconosciuta, ti rivelerà la morte contenuta in tanta bellezza."
Da "Cosmetica del nemico" di Amélie Nothomb November 10 Considerazioni sulla giornata che volge al termineMi sono appena destata dal mio poltrire ozioso sul divano, che nell'ultima ora mi aveva tenuto ferma ad osservare le figure del cartone di Asterix (senza preoccuparmi della storia, che già conoscevo, anche perché sarebbe stato troppo impegnativo), finito da poco per lasciare spazio al film "Missione tata", che dal nome sembra il genere di cazzatina che mi perderò senza rimpianti.
Lo so ragazzi, è tanto che non scrivo. Boh... non so come andasse, ma il fatto gli è che tra depressioni sfiorate e impegni impegnativi, proprio non ho avuto la forza di finire un intervento. A dire il vero, negli ultimi giorni ho cominciato ben 2 interventi, che tutt'ora giacciono incompiuti nell'archivio.
Ebbene, oggi è successa una serie di cose piuttosto significative. Stamattina, alle prime 2 ore c'era il compito di italiano, il primo che facciamo con la cara nuova professoressa D'Ava, che viene cinicamente apostrofata con simpatici appellativi che alludono al suo peso dai miei cari compagni di sventura.
Ecco, cari amici, se devo essere sincera, era una settimana che mi preparavo psicologicamente a questo grande evento. Non perché mi interessasse prendere un voto alto (risultato a cui non conto di arrivare visto il tema che è venuto fuori), ma perché coltivavo un insano sentimento di disprezzo verso ciò che lei pensava che io fossi, anzi pensa, almeno finché non leggerà il mio componimento, al che si ricrederà.
Mi spiego meglio, dopo la celeberrima Lettera al defunto e amato cervello (pubblicata anche su questo blog), lei si è convinta che io sia una simpatica ragazza originale e spiritosa, brava a scrivere. Esclusa la parte dopo la virgola, le sue impressioni sono totalmente errate. Per di più io e la mia amica Ele ci siamo legate al dito la sua uscita sul fatto che uno che crede nel meccanicismo (che secondo lei è una teoria secondo la quale l'universo è un'esplosione casuale di atomi; il dizionario recita dottrina che concepisce la natura come un insieme di fenomeni concatenati da leggi deterministiche) è un pessimista e non un realista.
Insomma, io, non avendo nessuna voglia di venire etichettata come bimba buona, ho deciso di provvedere ad un graduale incupimento della mia persona, per farle capira di che razza di pasta depressiva e distruttiva sono fatta. Per il primo tentativo è stato necessario sacrificare una pagina del mio amatissimo diario segreto: lei ci aveva chiesta di comporre una pagina di diario, così io le ho presentato una tipica pagina del mio, ovvero un cocktail di narrazione di eventi nefasti e struggimenti vari dovuti alla mia infermità mentale. Non so quanto possa esserci rimasta basita, ma spero con tutto il cuore che abbia colto il dark-side della mia anima.
Dopo questi episodi, è finalmente giunto l'annuncio da parte della professoressa di un imminente compito in classe: ci ho rimuginato per sette giorni, meditando su un'idea che potesse stupirla. Sono giunta ad un ottimo spunto: raccontare di uno scrittore che, basandosi sul titolo dato da lei, deve inventarsi un tema. Tutto stava nei titoli che avrebbe scelto, e quelli non avevo alcun modo di prevederli.
A questo punto vorrei aprire una piccola parentesi. Nella speranza di prepararmi psicologicamente alla produzione di un testo infinitamente triste (che era il mio obbiettivo), ieri sera ho aperto una mail conosciuta da molti miei contatti. Si tratta di una mail con una petizione contro le pratiche barbare con cui vengono prelevate le pelli dagli animali. Non voglio entrare nei particolari: è la cosa più macabra che abbia mai visto, e il bello è che sapevo che andavo incontro a immagini crude... Sì, lo ammetto, ho fatto la cosa più masochista della mia vita: mi sono costretta non solo a guardarlo, ma a guardarlo tutto. Non provate a emularmi, davvero. Non ho neanche il coraggio di mettere il link e farvelo vedere. Gli unici a cui lo farei vedere sono certi maschi per vederli crollare e ammettere che anche loro piangono e che non c'è nulla di male a farlo per una giusta causa... Sì, insomma, scusate, ma mi sono inflitta veramente una tortura: ora so come si sentiva il protagonista di Arancia Meccanica quando gli hanno messo il video con la nona di Beethoven...
Dopo questi preparativi di utilità discutibile, ho atteso pazientemente affidandomi alla sorte, la quale è stata più benevola del solito favorendomi nel mio intento con un titolo che recitava più o meno "Il viaggio... Se è vero che il viaggio è prima di tutto un arricchimento interiore prima che uno spostamento verso luoghi altri, racconta la tua esperienza di viaggio e di come ti ha cambiato. Puoi scegliere tra un racconto immaginario o uno realistico." Beh, era troppo semplice.
Premesso che il tema l'ho dovuto scrivere (come sempre faccio dalla quinta elementare a questa parte) direttamente in bella, visto che non ho mai avuto e mai avrò il tempo di ricopiare un componimento in bella, ho impiegato 10 colonne e mezzo per scrivere la mia storia, che alla fine pareva quasi un romanzo.
La trama più o meno è la seguente: uno scrittore trentenne vuole acquisire popolarità vincendo un concorso indetto da una rivista letteraria, il tema del concorso è ovviamente identico alla consegna data dalla professoressa. Egli decide di raccontare di un operaio depresso che fatica a sbarcare il lunario e che non può permettersi di avverare il suo sogno più bello, cioè un viaggio. Scritto qualche rigo lo scrittore (che sta lavorando anche a 2 romanzi) va a letto. La mattina dopo va al bar dove si perde come sempre nella contemplazione della sua amata: non sa come si chiami ma la considera la sua musa ispiratrice, e infatti scrive alcune righe sul suo taccuino, continuando la storia dell'operaio, innamorato di un ragazza che vive nel suo condominio, con cui non ha mai parlato ma di cui conosce il nome avendolo letto sul suo campanello. Lo scrittore decide di seguire l'esempio del suo stesso personaggio: inizia a pedinare la sua amata per vedere come si chiama dal campanello di casa sua. Lei lo conduce tra supermercati e case girando quasi tutta la città, a sera si inoltrano nel quartiere malfamato... I viaggi in questo racconto ci sono, e cambiano parecchio la vita dei personaggi, però ho il presentimento che la D'Ava potrebbe considerarlo fuori tema, e le darei ragione. In ogni caso, come ho dichiarato non appena finito di scrivere, è la cosa migliore che abbia mai scritto, quindi ho intenzione di farmelo dare quando la professoressa renderà i compiti e di copiarlo su questo blog. Per questo motivo non vi svelo tutta la storia fino alla fine, per preservare il gusto di leggere il vero racconto ai pochi a cui non l'ho raccontato di persona oggi a scuola.
Bene, e adesso, dopo aver dato sfogo al mio narcisismo letterario, vi ringrazio di esservi sorbiti le auto-congratulazioni (o mio Dio! La maledizione delle parole composte, come Dienne!) di una povera pazza che si esalta per aver compiuto un'impresa masochista e inutile. Buona serata! |
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